Redoro, quando fare impresa significa anche prendersi cura della comunità

Ci sono aziende che sembrano uscite da un manuale di marketing e altre che sembrano uscite dalla storia economica e sociale del nostro Paese. Redoro appartiene decisamente alla seconda categoria. È l’azienda che ti aspetti di incontrare nel Veneto profondo, quello delle famiglie imprenditoriali, della parola data, del lavoro che comincia presto e finisce tardi, delle relazioni che durano una vita e di una certa allergia per le parole inutili.
Un Veneto che ha costruito buona parte della propria ricchezza senza aspettare che qualcuno gli spiegasse come si fa impresa, ma che oggi deve confrontarsi con mercati globali, innovazione tecnologica, cambiamenti climatici e consumatori sempre più esigenti. E che, quando funziona, riesce a conservare le proprie radici senza trasformarle in un alibi per restare fermo.

A Grezzana, pochi chilometri da Verona, la famiglia Salvagno produce olio extravergine d’oliva con un marchio che affonda le proprie origini nel 1895. Oggi Redoro è un’azienda strutturata, presente sui mercati internazionali, con un fatturato che nel 2025 ha superato i 21 milioni di euro. Non esattamente il piccolo frantoio romantico che qualcuno potrebbe immaginare, ma nemmeno una multinazionale anonima nella quale la proprietà è diventata una voce del bilancio. La famiglia è ancora il perno dell’impresa. E lo si capisce immediatamente.

La prima sorpresa, però, non è una macchina industriale, una linea di imbottigliamento o una sala di degustazione. È una tenda degli scout.
Entrando nell’azienda di Grezzana, ti trovi davanti proprio una tenda. Un oggetto che sembra fuori posto in uno stabilimento dove efficienza, logistica e produzione devono rispondere alle esigenze dei mercati internazionali. In realtà, quella presenza racconta più di molte dichiarazioni sulla responsabilità sociale. Perché dietro un’impresa ci sono sempre persone. E dietro le persone, se l’impresa ha una storia, ci sono valori, educazione, appartenenze e un’idea della comunità nella quale si vive.

Daniele Salvagno, presidente di Redoro, racconta l’azienda con l’entusiasmo di chi ne conosce ogni passaggio e con la consapevolezza che il successo di ieri non garantisce quello di domani. La lezione è semplice, quasi brutale: chi non investe nella ricerca, chi non migliora i prodotti, chi non aggiorna i processi e non cerca nuovi mercati, prima o poi muore.
Non c’è spazio per la nostalgia industriale, nemmeno in un’azienda che ha oltre centotrent’anni di storia.
Redoro esporta negli Stati Uniti, in Giappone, arriva perfino in Mongolia e guarda ora con interesse ai mercati del Sud-Est asiatico. La geografia commerciale cambia, ma il centro resta Grezzana. È qui che si concentrano la memoria familiare, l’identità produttiva e quel rapporto con il mondo agricolo che costituisce una parte essenziale dell’impresa.
Perché produrre olio non significa semplicemente riempire bottiglie. Significa confrontarsi con gli uliveti, con gli agricoltori, con annate sempre diverse, con la qualità delle olive e con una filiera nella quale la tecnologia può fare molto, ma non può sostituire la terra. Il presidente ne parla con la naturalezza di chi è cresciuto dentro questa cultura. Una passione ereditata dal padre Mario, insieme a un’idea dell’imprenditore che non si esaurisce nel conto economico.

La beneficenza è diventata una forma di marketing? 

Oggi la responsabilità sociale d’impresa è una disciplina, un settore della comunicazione, un capitolo dei bilanci di sostenibilità e, talvolta, una straordinaria occasione per produrre fotografie.
Ci sono aziende che investono più energie nel raccontare una donazione che nel realizzarla. Altre che trasformano un’iniziativa benefica in una campagna pubblicitaria. Altre ancora che utilizzano la sostenibilità come un rassicurante mantello verde, utile soprattutto a coprire qualche contraddizione.
Si chiama greenwashing. E non sempre riguarda soltanto l’ambiente: il meccanismo si ripete anche quando il sociale diventa una vernice reputazionale.

Da Redoro, verrebbe da dire, di verde c’è soprattutto l’olio

La scena più interessante della giornata non si svolge infatti davanti agli impianti di produzione, ma a tavola.
Dopo aver salutato il sindaco, seduto poco distante, Daniele Salvagno abbassa la voce e racconta che, quando sul territorio si presenta un’emergenza, lui cerca di essere tra i primi a intervenire economicamente. Senza particolare clamore, senza necessariamente trasformare ogni contributo in una notizia. È un dettaglio che colpisce proprio perché emerge quasi incidentalmente, tra una conversazione sul mercato dell’olio e un’altra sulle prospettive dell’azienda. Non è la beneficenza come attività parallela al business. È piuttosto la convinzione, tipica di molte famiglie imprenditoriali di vecchio stampo, che chi ha avuto successo debba restituire qualcosa alla comunità nella quale è cresciuto.
Non si tratta di idealizzare un modello né di sostenere che la generosità personale possa sostituire i diritti, i salari equi o le responsabilità pubbliche. La buona impresa si giudica prima di tutto da come lavora, da come tratta le persone, da ciò che produce e da come sta sul mercato. Ma sarebbe altrettanto sbagliato considerare irrilevante quella dimensione di responsabilità personale che lega un imprenditore al proprio territorio.

La solidarietà, qualche volta, comincia proprio dal non sentire il bisogno di comunicarla

E non si ferma necessariamente ai confini della provincia. L’attenzione di Redoro è arrivata anche a Milano, fino a Nocetum, la comunità nata dall’intuizione di suor Ancilla Beretta, che nella periferia meridionale della città ha costruito un’esperienza capace di tenere insieme accoglienza delle persone fragili, agricoltura, recupero del territorio e spiritualità. Una realtà apparentemente lontana dal mondo industriale veronese, eppure legata a Redoro da qualcosa di molto concreto: il rapporto con la terra e l’idea che il cibo non sia soltanto merce, ma anche occasione di incontro e condivisione. Anche attraverso la disponibilità a donare il proprio olio, Redoro ha mostrato attenzione a questa esperienza milanese.

Un’impresa locale che sostiene un patrimonio mondiale

Poi c’è l’Arena di Verona. Fa una certa impressione scoprire che un’azienda cresciuta intorno agli uliveti veneti contribuisca a sostenere uno dei più importanti luoghi della cultura musicale internazionale. Redoro ha aderito fin dal 2021 al progetto 67 Colonne per l’Arena di Verona, nato durante la crisi pandemica per coinvolgere gli imprenditori nel sostegno alla Fondazione Arena.
Il nome richiama le 67 colonne della cinta esterna dell’anfiteatro distrutta dal terremoto del 1117. Colonne che oggi vengono idealmente ricostruite attraverso il contributo economico delle imprese. Il progetto ha raccolto complessivamente 11,8 milioni di euro fino a maggio 2026, di cui 2,6 milioni nei primi mesi dell’anno. Un’esperienza significativa di mecenatismo contemporaneo, capace di trasformare il legame tra cultura e impresa in una forma stabile di partecipazione economica. Salvagno rivendica con orgoglio l’adesione di Redoro fin dall’avvio dell’iniziativa. Ed è un orgoglio comprensibile. Perché l’Arena non è soltanto il monumento più conosciuto di Verona. È un patrimonio culturale internazionale e un motore economico che coinvolge lavoratori, imprese, turismo e servizi. Il mecenatismo, in questo caso, non rappresenta un lusso per imprenditori appassionati d’opera, ma una scelta che riconosce alla cultura un valore collettivo.
D’altra parte, quando una famiglia imprenditoriale considera il territorio parte della propria identità, non può occuparsi soltanto delle sue strade, dei suoi capannoni e dei suoi mercati. Deve interessarsi anche alla bellezza che quel territorio custodisce.

Dalla salute allo sport, senza dimenticare l’agricoltura

C’è infine un’altra dimensione nella quale Redoro ha deciso di investire: l’educazione alimentare.
Daniele Salvagno insiste molto su un concetto. L’olio extravergine d’oliva non è soltanto un condimento, ma un alimento prezioso per una dieta equilibrata, grazie alla presenza di acidi grassi monoinsaturi e di composti fenolici, tra cui i polifenoli.
Una convinzione che parte dalla cultura agricola e incontra la ricerca scientifica sulle proprietà dell’olio extravergine, uno dei prodotti simbolo della dieta mediterranea. Da qui nasce anche la scelta di entrare nel grande ciclismo internazionale. Nel 2026 Redoro è diventato prodotto ufficiale del Giro d’Italia, accompagnando la corsa e premiando con una bottiglia d’olio il corridore più combattivo di ogni tappa. Ha inoltre sostenuto il Giro d’Italia Women come top sponsor della Maglia Bianca, dedicata alla migliore giovane. A queste esperienze si affiancano le presenze nelle competizioni ciclistiche internazionali, tra cui il Giro di Slovacchia, e il legame con manifestazioni come il Giro dell’Emilia. Naturalmente, nessuno può pensare che sponsorizzare il Giro d’Italia non abbia anche una precisa funzione commerciale. E sarebbe ingenuo sostenere il contrario. La differenza sta nell’obiettivo che l’imprenditore attribuisce all’investimento.
Salvagno spiega che la soddisfazione non è semplicemente vedere il marchio Redoro nelle fotografie dei campioni o lungo le strade delle competizioni. Il risultato al quale aspira è contribuire a far entrare stabilmente l’olio extravergine italiano nell’alimentazione degli atleti, diffondendo una maggiore consapevolezza del suo valore nutrizionale. È una prospettiva che merita attenzione. Perché non propone soltanto un prodotto, ma cerca di promuovere una cultura alimentare. E perché riconosce esplicitamente che il valore non appartiene esclusivamente al proprio marchio, ma all’olio italiano nel suo complesso. C’è una differenza sostanziale tra sostenere che il proprio olio sia il migliore e lavorare perché le persone imparino a riconoscere il valore dell’extravergine di qualità. Nel secondo caso, il beneficio può riguardare un’intera filiera: agricoltori, frantoi, produttori e consumatori.

Il capitalismo familiare ha ancora qualcosa da insegnare

Si parla molto della necessità di costruire imprese sostenibili, inclusive, attente ai territori e capaci di produrre valore condiviso. Sono obiettivi importanti, ma qualche volta rischiano di perdersi dentro un linguaggio eccessivamente tecnico, lontano dalla realtà quotidiana delle aziende.
L’esperienza di Redoro suggerisce una riflessione diversa. La responsabilità sociale non nasce necessariamente da un ufficio dedicato e non si misura soltanto dal numero delle iniziative pubblicate sul sito aziendale. Può nascere prima, dalla cultura della proprietà, dall’educazione ricevuta, dalla continuità di una famiglia, dall’idea che un’impresa sia anche un soggetto della comunità. Questo non significa che le imprese familiari siano per definizione migliori delle altre. La storia industriale italiana dimostra quanto possano essere virtuose, ma anche quanto possano diventare chiuse, paternalistiche o incapaci di innovare.
Nel caso di Redoro, però, colpisce proprio l’incontro tra due dimensioni che non sempre riescono a convivere: la volontà di crescere, innovare e conquistare mercati lontani e il desiderio di non perdere il rapporto personale con il luogo dal quale tutto è cominciato. Il profitto serve, perché senza utili un’impresa non investe, non crea lavoro e non costruisce futuro. La solidarietà serve, perché senza attenzione alle persone e al territorio anche il successo economico rischia di diventare un esercizio autoreferenziale. A Grezzana queste due esigenze sembrano parlarsi con naturalezza.
Forse è questo il dettaglio più interessante della visita: un’azienda che guarda al Giappone e al Sud-Est asiatico, investe nell’innovazione, sostiene l’Arena di Verona e il grande ciclismo, ma nella quale il presidente trova ancora il tempo di raccontare, quasi sottovoce, che quando qualcuno sul territorio ha bisogno di aiuto lui cerca di esserci.
Fuori, all’ingresso, rimane quella tenda degli scout. E dopo aver ascoltato Daniele Salvagno sembra decisamente meno fuori posto.
Perché fare impresa, in fondo, significa anche questo: saper camminare lontano senza dimenticare da dove si è partiti.

 Marcello Menni