Medici valorizzati, infermieri delusi: sindacati spaccati sulla sanità lombarda

In Lombardia, il tema delle prestazioni aggiuntive nella sanità pubblica non è più solo una questione di bilancio o di ore straordinarie: è diventato il terreno di scontro tra visioni sindacali inconciliabili. Dopo settimane di confronto, la Regione ha confermato il compenso a 50 euro lordi l’ora per gli infermieri, smentendo l’impegno – risalente a maggio – ad alzarlo a 60 euro. Una decisione che ha fatto saltare il banco.

FIALS, Nursing Up e Nursind hanno rifiutato l’accordo, denunciando “promesse tradite” e una “gestione opaca” delle risorse. Al contrario, Cgil, Cisl e Uil hanno firmato, pur ammettendo che le condizioni non sono ideali. Il risultato? Un sistema sanitario che, oltre ad arrancare per carenza di organico e fondi, si ritrova ora con una rappresentanza sindacale spaccata, che rischia di indebolire proprio chi dovrebbe difendere.
I numeri aggravano il quadro. Le risorse per il comparto infermieristico e tecnico sono scese da 53 milioni nel 2024 a 39 milioni nel 2025, di cui solo 15 stanziati dalla Regione Lombardia. Allo stesso tempo, ai medici è stato riconosciuto un aumento da 80 a 100 euro l’ora per le loro prestazioni aggiuntive. Una disparità che ha suscitato amarezza tra gli operatori del comparto, considerati ormai da anni la spina dorsale del sistema, ma sempre più spesso trattati come una voce marginale di spesa.

E poi c’è la questione fiscale. I compensi regionali non beneficiano dell’aliquota agevolata del 15% applicata ai fondi statali. Risultato? I 50 euro lordi si traducono in circa 30 euro netti. Una cifra che, secondo i sindacati autonomi, non solo non incentiva, ma scoraggia chi dovrebbe farsi carico di turni extra in reparti già affaticati.
Tra i firmatari, c’è chi cerca di spiegare la firma con il principio del male minore. Angela Cremaschini (Cisl) ammette: “La Regione non ha dato disponibilità ad aumentare il compenso. Salire a 60 euro avrebbe voluto dire fare meno visite ed esami ai cittadini”. Daniele Ballabio (Uil) aggiunge: “La questione della tassazione non si risolve a livello regionale”. Linea realista, se non rassegnata.

Differente la posizione della FIALS Lombardia. Il segretario regionale Roberto Gentile parla apertamente di “Regione Pinocchio” e accusa l’amministrazione di prendere in giro “chi regge la sanità lombarda”. Ma il suo attacco non si ferma lì: nel mirino ci finiscono anche i sindacati confederali, accusati di fare “le barricate a Roma” e poi “inginocchiarsi a Milano”. “Una farsa”, la definisce Gentile, che annuncia battaglia: “Le prestazioni aggiuntive sono volontarie. E se non c’è valorizzazione economica e professionale, i lavoratori potrebbero non aderire più”.

Il punto è proprio questo: chi ha ragione? I sindacati che firmano comunque, per garantire almeno un minimo di continuità e risorse? O quelli che rifiutano accordi ritenuti ingiusti, anche a costo di lasciare il tavolo vuoto? Il dilemma è antico quanto il sindacalismo stesso, ma qui si intreccia con una realtà nuova: una sanità post-Covid affaticata, una fuga crescente di personale, un cambiamento di sensibilità generazionale che mal digerisce i compromessi senza trasparenza.
Nel frattempo, i cittadini aspettano. Aspettano una visita, un esame, una risposta. Aspettano, soprattutto, che chi li cura venga messo nelle condizioni di farlo bene, con strumenti e dignità. Ma quando la politica taglia, e i sindacati litigano, chi resta a difendere davvero il valore del lavoro pubblico? Una domanda che, forse, meriterebbe risposte più solide dei comunicati.